La Formichi nasce nel 1960 come azienda artigiana. Negli anni settanta la produzione si espande ai mobili classici costruiti interamente in legno massello di noce nazionale attraverso i quali l’azienda si distingue ben presto sul mercato per l’ottimo livello qualitativo dei prodotti, delle finiture e delle materie prime utilizzate.
In questi anni, caratterizzati da una grossa espansione commerciale, l’azienda attua una serie d’investimenti volti soprattutto all’ampliamento ed alla modernizzazione dei cicli produttivi. Agli inizi degli anni ottanta, sempre aperti e sensibili alle indicazioni dei mercati, la Formichi si inserisce nel settore degli arredamenti completi su misura in Noce e nelle varie finiture laccate, affermandosi ben presto come azienda leader di riferimento per affidabilità, qualità e flessibilità produttiva.
Il risultato di tutto questo porta nel 1999 la Formichi a cambiare locazione ai propri stabilimenti, andando a triplicare la superfice produttiva ed a presentarsi sul mercato con quattro linee, ognuna con tipologie di stile diverse ma tutte caraterizzate lavorazione del legno eseguita con tecniche artigianali sia nella costruzione che nelle finiture.
Sempre attenta alle indicazioni che scaturiscono dai mercati di tutto il mondo, oggi l’azienda è un importante punto di riferimento come produttrice di mobili e di arredamenti personalizzati in stile classico sia del tipo convenzionale che del tipo ’su misura’.
In casa Formichi il legno è una consuetudine. Noce nazionale, Ciliegio europeo, Frassino slavo, sono solo alcuni dei preziosi legni masselli che, unitamente ad altri componenti sempre rigosamente in legno, vengono utilizzati per la produzione dei nostri mobili.
Questa si avvale di cicli industrializzati quanto basta, proprio per non perdere quella caratteristica di preziosa manualità artigiana che deve caratterizzare un mobile in legno massello e quindi riveste ancora un importantissimo ruolo la figura umana di chi opera per costruire i preziosi elementi di arredo che circondano il vivere di chi sceglie un prodotto Formichi: un alto valore umano per un’alta qualità della vita.
LE FABLIER
E’ nata in Svizzera dove i suoi genitori, il papà di Sondrio e la mamma della provincia di Belluno, erano emigrati e si erano incontrati. Ma Michela Barona, amministratore unico di Le Fablier, rivendica con orgoglio la propria italianità e l’amore per il proprio Paese nel quale è tornata a vivere quando l’azienda nella quale suo padre lavorava si è trasferita a Peschiera. «Ho un diploma di corrispondente in lingue estere e un figlio di 25 anni che studia Scienze naturali ma non ha ancora deciso cosa fare nella vita». Scarno il curriculum con cui si presenta Michela Barona, che non rende giustizia all’attività e all’intraprendenza di questa bella signora separata dal marito con il quale, giovanissima, ha fondato e continua a gestire in armonia la propria creatura, un’azienda operante nella produzione di mobili classici in legno pregiato. «Questo lavoro è parte integrante della mia vita e dopo tanti anni ne sono ancora innamorata. Non c’è differenza per me lavorare la domenica o il lunedì, quando so di avere programmi da realizzare e persone con le quali collaborare». Dai genitori racconta di avere ereditato la passione per le lunghe passeggiate in mezzo alla natura ed è per questo che ha scelto di vivere in collina, in un luogo con poca gente, «perché fuori dal lavoro amo la solitudine, ho bisogno di uno spazio senza nessuno intorno».
Domanda. Nel 1981 lei ha fondato l’azienda che poi avete deciso di chiamare Le Fablier insieme a suo marito, Elio Zuccotti. Come e perché, giovanissima sposa, ha deciso di inserirsi nel settore del legno?
Risposta. Il nome che abbiamo scelto, per la verità qualche anno dopo, richiama il mondo delle favole e ben rappresenta il nostro desiderio di trasmettere emozioni attraverso quello stile caldo e tradizionale che noi stessi avevamo voluto per la nostra casa. A 17 anni si hanno tanti sogni e c’è anche l’incoscienza che dà il coraggio di rischiare davvero, senza valutare troppo a quali problemi si può andare incontro. Azienda e matrimonio sono arrivati insieme e la scelta del mobile è nata per caso, per inseguire un sogno, in un settore del tutto diverso dall’attività dei miei genitori e di quelli di mio marito, che erano albergatori. Cercavamo dei mobili per casa nostra ma non riuscivamo a trovare quelli che volevamo, che corrispondessero ai nostri desideri. Così è nata l’idea di provare a creare mobili per conto nostro, inizialmente limitandoci alla lucidatura per poi passare, poco dopo, alla progettazione affidata ad architetti esterni. Abbiamo cominciato così a creare un nostro stile, un nostro gusto, che oggi come allora identifica la nostra attività aziendale, la volontà di trasmettere il calore, le emozioni che avvertivamo. Quello che mancava a noi probabilmente mancava anche ad altri, e credo sia questa la ragione del nostro successo. Negli anni siamo riusciti a proporre il nostro prodotto a un mercato molto più vasto, ma continuiamo a parlare ai giovani. Circa il 60 per cento dei nostri acquirenti hanno meno di 35 anni, e il 20 per cento è sotto i 25, quindi sono giovanissimi.
D. Si potrebbe pensare che il mobile classico interessi piuttosto un pubblico non solo adulto ma più che adulto. Come spiega questa preferenza da parte dei giovani?
R. Una volta comprare un mobile classico era come mettersi in casa il mobile della nonna e si rischiava di essere considerati vecchi, ma ora non è più così e noi siamo molto orgogliosi di essere riusciti ad avvicinare i giovani, unendo il classico a qualcosa di più casual. I nostri mobili si richiamano a uno stile passato, ma cerchiamo anche di dare una finitura morbida, una colorazione e anche una struttura che si adatti alle case di oggi, e manteniamo l’artigianalità degli intarsi e degli intagli che danno il piacere di possedere un oggetto che rimanda alla manualità, al sapore del legno che, al di là delle mode, è tornato nel gusto di chi preferisce un materiale naturale. A questi valori si aggiunge la cura costante nel fare oggetti che non risultino pesanti, dalle linee pulite che debbono in primo luogo trasmettere calore. Vogliamo che la gente, entrando in casa, si senta rilassata e avvolta dalle carezze, e questo vale anche per i giovani che non disdegnano affatto questi valori. È molto più facile trasmettere queste sensazioni attraverso uno stile classico che non attraverso i mobili esasperatamente moderni.
D. Nasce da questa esigenza di leggerezza la scelta di avvicinarsi a uno stile più francese che italiano?
R. Non abbiamo privilegiato nessuno stile, perché vogliamo soddisfare i gusti di una clientela vasta e diversificata, e normalmente partiamo dalla valutazione di quello che manca nell’insieme dei nostri prodotti per poter avvicinare nuovi e diversi tipi di consumatori. Abbiamo, ad esempio, uno stile Rinascimento e una linea che certamente richiama quelle francesi, ma gli spunti che ci vengono dall’Italia sono sempre molti. Io amo l’Italia e la sua cultura, e chi compra un nostro mobile possiede questi valori, ha ancora voglia di credere nella famiglia e intende costruire qualcosa che duri nel tempo. Penso si tratti di persone che si sposano perché desiderano una certa stabilità, e il fatto che i nostri clienti comprino tendenzialmente un arredo completo, e non un solo mobile, credo sia indicativo di una determinata concezione della vita, di una filosofia di valori. Recentemente abbiamo cominciato a produrre anche pezzi singoli, molto piccoli, di complemento, ma la nostra clientela più ampia è costituita da chi acquista un intero arredo, da chi si fa consigliare dal rivenditore o ha già una preferenza per i nostri prodotti. Raramente i clienti acquistano solo un tavolo con le sedie, perché non è sufficiente a creare l’atmosfera che cercano.
D. Ritiene che vivere e lavorare nell’area del Nord Est abbia contribuito al vostro successo?
R. Penso di avere mantenuto la voglia di ordine e di precisione della Svizzera che ho ritrovato in queste terre, organizzate e laboriose, nelle quali posso affermare con soddisfazione di avere conseguito rilevanti traguardi. Fondata come ditta individuale nel 1981, l’azienda è diventata società a responsabilità limitata nel 1986 e società per azioni nel 2000, ma tuttora, dopo 25 anni, gli unici due soci siamo io e il mio ex marito, con cui continuo ad avere pieno accordo. Io ho assunto in toto la gestione della società e dunque la piena responsabilità delle scelte, mentre Elio Zuccotti segue più da vicino la produzione e soprattutto le due fabbriche che abbiamo aperto in Romania. Entro l’anno amplieremo di 6 mila metri quadrati la sede nella quale ci siamo trasferiti nel 1994, a Valeggio sul Mincio vicino Verona.
D. Avete dimensioni industriali per una produzione che sembra avere caratteristiche artigianali?
R. Effettivamente la nostra è un’industria che si avvale della collaborazione di grandi artigiani. Oltre alle due fabbriche in Romania, operiamo con il terziario, con falegnami e verniciatori che lavorano con noi in esclusiva, dunque con un controllo dei fornitori specifico di tutta la filiera esterna. Verifichiamo dove e quale materiale viene acquistato e come viene lavorato, perché vogliamo essere certi che sia rispettata la qualità che vogliamo garantire. Il nostro rapporto con questi collaboratori è molto stretto e dopo tanti anni che lavorano con noi abbiamo la certezza di mantenere la qualità e il valore che il cliente chiede, al di là e in aggiunta a quell’effetto «Le Fablier» che intendiamo portare nelle case. Utilizziamo materiali pregiati e lavorazioni raffinate, ma siamo attenti al rispetto per l’ambiente e alla salute delle persone. La riforestazione programmata e l’impiego di prodotti naturali e non tossici ci hanno consentito di conseguire le certificazioni ambientali, e per il 2006 ci siamo posti come obiettivo prioritario il conseguimento della certificazione etica Social Accountability 8000. La percentuale dell’8 per cento del bilancio riservata alla ricerca è un’ulteriore testimonianza del nostro impegno a migliorare costantemente il livello qualitativo della produzione.
D. Quali sono i dati dell’azienda?
R. In Italia abbiamo 25 agenti e circa 800 clienti-rivenditori, mentre abbiamo cominciato solo lo scorso anno a partecipare alle esposizioni all’estero e all’esportazione. Abbiamo chiuso l’esercizio 2005 con un fatturato di circa 22 milioni di euro, con un incremento nelle vendite del 20 per cento nel mercato italiano e del 120 per cento a livello internazionale, soprattutto in Spagna, Svizzera, Germania, Russia e Ucraina. Stiamo concentrando la nostra attività in Spagna e in Russia con una rete di agenti e con una campagna pubblicitaria volta a far conoscere la filosofia dell’azienda, e stiamo valutando altri mercati come la Gran Bretagna. Inoltre abbiamo due punti-vendita a Manhattan e uno a Pechino. I volumi delle nostre esportazioni sono ancora relativamente limitati, ma sia in Spagna sia in Russia siamo rappresentati da 12 agenti e abbiamo già superato i 100 clienti grazie anche alla partecipazione a prestigiose fiere espositive a Mosca, oltreché nel North Carolina e alla IX Biennale di Venezia, dove eravamo presenti con un progetto realizzato in collaborazione con la Facoltà di Architettura dell’Università di Genova.
D. Qual’è l’ampiezza dell’indotto?
R. Nello stabilimento di Valeggio sul Mincio abbiamo circa 60 dipendenti, prevalentemente impegnati nei settori amministrazione, spedizioni, marketing, commerciale, comunicazione, mentre l’indotto coinvolge circa 450 persone. L’età media dei nostri collaboratori è di circa 32 anni e mezzo. Lo staff dell’azienda comprende anche un Ufficio Stile interno, che ha il compito di adattare le proposte degli architetti esterni alla nostra produzione, perché è difficile che un nostro prodotto possa essere elaborato completamente all’esterno.
D. L’imprenditore può promuovere nel mondo uno stile non limitato soltanto ai risultati economici?
R. Noi desideriamo trasmettere una tradizione e di conseguenza una cultura. Il prodotto italiano è apprezzato ovunque, lo vediamo nella moda, e forse non è ancora così sentito nel settore dell’arredamento. Lo stile italiano all’estero è accolto a braccia aperte, ma occorre curare questa preferenza garantendo la qualità. Nel nostro caso sono particolarmente importanti i tempi di consegna, che richiedono l’uso di tecnologie moderne e un’attenzione particolare al ciclo di produzione. Ma non ci mancano stile e cultura da portare all’estero. Abbiamo dedicato il nostro «magazine» in rete a chi ama l’Italia, per dare notizie, suggerimenti e suggestioni legate al nostro Paese. La nostra sensibilità per il patrimonio culturale nazionale si è anche tradotta nel finanziamento di alcuni progetti del Fai, come il recupero di un mosaico a Pompei e il restauro degli Arcovoli dell’Arena di Verona. Abbiamo contribuito al programma di una scuola denominato Sherlock Holmes, consistente nello studio della storia e della geografia locali in un modo che ha suscitato il nostro entusiasmo, perché è consolante trovare ancora insegnanti con la voglia di insegnare in un modo diverso.
D. Quali i vostri prossimi obiettivi?
R. Lo scorso anno abbiamo realizzato una seconda linea produttiva, più moderna, cui è stato dato il mio nome, Barona. Sempre seguendo la filosofia dell’azienda abbiamo voluto cimentarci in un prodotto più contemporaneo ma sempre particolare, rivolto al cliente giovane che non ama prettamente il mobile classico. È una linea nuova, un po’ particolare, che sta dando buoni risultati. Per non fare concorrenza a noi stessi, abbiamo deciso di offrirli attraverso una fascia di rivenditori un po’ più alta rispetto a quella che utilizziamo attualmente. Per l’anno prossimo contiamo di sviluppare come linea autonoma sotto un terzo marchio prodotti di stile etnico-coloniale che già produciamo come Le Fablier; non intendiamo però prendere lo spunto da una forma o da un decoro per adattarlo alla nostra filosofia, ma trasmetterne i significati originali, la cultura e i valori.
D. Un sogno ancora da realizzare?
R. Andare un po’ fuori dal nostro settore, abbinare al mobile per la casa qualcosa di diverso, un po’ moda, un po’ lusso, qualcosa di desiderabile. Abbiamo un progetto in corso e spero di raggiungere presto questo obiettivo. Sogno anche un’azienda nella quale si possa stare bene, lavorare bene, soffrire e gioire tutti insieme attraverso una collaborazione molto stretta; un’azienda in cui esista uno spirito di gruppo come il nostro e dove non si vada solo per lavorare. |